LA NUOVA CONCILIAZIONE IN MATERIA DI LAVORO PUBBLICO E PRIVATO DOPO LA LEGGE N°183 DEL 4 NOVEMBRE 2010 (COLLEGATO AL LAVORO).

di Maurizio Danza - Arbitro del Pubblico impiego.

Appare evidente come la annunciata rivoluzione in materia di istituti deflattivi del processo, già avviata in riferimento alle materie facoltative ed obbligatorie nel processo civile a seguito del noto D.lgs n°28 del 10 marzo 2010, che quale assoluta novità ha introdotto lo strumento della mediazione accanto a quello della conciliazione, riguardi anche il processo del lavoro all’indomani della recentissima entrata in vigore della legge n°183 del 4 novembre 2010 (su G.U. n°262 del 9/11/2010), che muta radicalmente gli istituti deflattivi dell’arbitrato e della conciliazione applicabili sia all’ambito del lavoro pubblico che privato. A tal proposito va fatta rilevare in primo luogo la disposizione dell’art. 31 della legge n°183 del 2010 rubricata “conciliazione e arbitrato”, che equipara di fatto il pubblico impiego contrattualizzato al settore privato, trasformando la conciliazione obbligatoria in facoltativa, di fatto facendo retroagire storicamente l’istituto conciliativo a prima del noto D.lgs n°80 del 1998, che lo aveva appunto reso obbligatorio. Detta norma, nel riscrivere l’intero sistema di conciliazione ed arbitrato del codice di procedura civile contenuto nei nuovi artt. 410, 411, 412, 412 ter, 412 quater, prevede che le parti  di un rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato, scelgano, in mancanza di istituti diversi previsti ad esempio dalla contrattazione nazionale, la fattispecie tipica della conciliazione del settore privato, rappresentata come è ben noto dalla commissione di conciliazione “stabile” già prevista dal vecchio art. 410 c.p.c.; ciò per effetto della espressa abrogazione degli artt. 65 e 66 del D.lgs n°165/01 (c.d. testo unico del pubblico impiego), che aveva invece previsto il collegio di conciliazione istituto deflativo applicabile solo alle controversie di lavoro del pubblico impiego contrattualizzato. A ben vedere l’importante articolo 31 non si limita a riscrivere la conciliazione tentata dalla commissione stabile presso le Direzioni provinciali del Lavoro, ma prevede altresì il ricorso alla figura del tutto innovativa del collegio di conciliazione ed arbitrato “irrituale”, esteso ovviamente anche al pubblico impiego, che presuppone la designazione di un collegio “non stabile” (a differenza della commissione di conciliazione), formato da componenti nominati dalle parti in lite e dal presidente -qui la novità - scelto di comune accordo tra particolari figure (avvocati cassazionisti e professori universitari di materie giuridiche), con funzioni sia conciliative che arbitrali e cioè di decisione in ordine alla controversia. Inoltre si fa rilevare come la nuova disposizione preveda che le parti possano scegliere di ricorrere alle altre fattispecie di conciliazione ed arbitrato previste dalla contrattazione collettiva, giusto il rinvio operato dall’art. 31 c.6 che sostituisce l’art. 412 ter del c.p.c.  sia del settore privato che pubblico: a tal proposito l’accordo quadro del 23 gennaio 2001 sull’arbitrato e conciliazione per il pubblico impiego che, come è noto, ha previsto la figura monocratica dell’arbitro con funzioni conciliative ed arbitrali. Ciò detto con particolare riferimento alla conciliazione in sede di commissione “stabile” di cui all’art. 410 del c.p.c., l’art. 31 reca al suo interno tutte le modifiche sostanziali dell’istituto: in primis appunto la degradazione della preventiva conciliazione che da condizione di procedibilità obbligatoria ritorna ad essere strumento di tipo facoltativo. Di particolare interesse poi quanto stabilito in tema di composizione della nuova commissione di conciliazione, atteso che la norma aggiunge, tra i soggetti designabili come presidenti, accanto a quella del Direttore dell’ufficio del lavoro o di un suo delegato, la figura del magistrato collocato a riposo, stabilendo altresì  che i componenti dei lavoratori - altra novità - siano ora designati dalle rispettive organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello territoriale (dunque non più a livello nazionale come nella vecchia formulazione). Per quanto concerne poi il contenuto della istanza di conciliazione, la norma appare molto più analitica rispetto al testo precedente alla modifica, prevedendo ora che la richiesta debba precisare nome, cognome e residenza dell'istante e del convenuto; se l'istante o il convenuto sono una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato l'istanza deve indicare la denominazione o la ditta nonché la sede; il luogo dove e' sorto il rapporto ovvero dove si trova l'azienda o sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto; il luogo dove devono essere fatte alla parte istante le comunicazioni inerenti alla procedura; l'esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa. Innovativa appare poi la norma nella parte in cui acconsente all’ingresso nell’ambito della procedura conciliativa dell’istituto della domanda riconvenzionale, di chiara formulazione processuale, da formulare entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, unitamente alla memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto. Altra novità è poi quella rappresentata dai nuovi termini massimi di espletamento della conciliazione, atteso che si prevede che il procedimento debba concludersi in 30 gg. anziché 60 come nella formulazione del vecchio testo dell’ art. 410 bis c.p.c. Altre novità degne di rilievo sono quelle relative alla forma e sottoscrizione del processo verbale di conciliazione, nonché quelle relative alle soluzioni alternative conseguenti al tentativo di conciliazione esperito dalla commissione. Si prevede così che le parti possano trovare un accordo limitato solo ad una parte delle richieste, e cioè sostanzialmente redigendo un separato processo verbale, sottoscritto – altra novità - non solo dalle parti e dal presidente, ma da tutti i componenti della commissione di conciliazione; a tal proposito occorre rilevare come non vi sia più menzionato nel testo riformato dell’art. 411 c.p.c. il potere di certificazione dell’autografia della sottoscrizione delle parti. Infine, tra le altre novità in materia di conciliazione, la previsione di una proposta di bonaria definizione nel nuovo art. 412, da intendersi quale ulteriore strumento  di composizione (extrema ratio) a disposizione della commissione, conseguente al mancato raggiungimento dell'accordo tra le parti. A tal proposito la norma, nel tentativo di agevolare l’utilizzazione dello strumento deflattivo della conciliazione, ha previsto che la non accettazione della proposta bonaria di definizione della controversia formulata dalla commissione, oltre a dover essere riassunta nel verbale con indicazione delle valutazioni espresse dalle parti, abbia effetti probatori nel successivo giudizio del lavoro, atteso che il giudice infatti terrà conto in sede di giudizio delle risultanze della proposta formulata dalla commissione e non accettata senza adeguata motivazione. Infine, ove il tentativo di conciliazione sia stato richiesto dalle parti, al ricorso depositato innanzi al giudice del lavoro ai sensi dell'art. 415 c.p.c. dovranno essere allegati i verbali e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione non riuscito. Resta salva infine la non accettazione della procedura, che comporta la assoluta libertà di ciascuna delle parti di adire l'autorità giudiziaria competente.